Esclusiva intervista con il Community Manager e Tournament Organizer BigTonney!
La costruzione della scena Skullgirls Italia
Il blog post di oggi è una chicca, ragazzi. Un'intervista esclusiva con il mitico BigTonney, conosciuto sopratutto per aver unilateralmente innalzato la scena della sua community non solo in Italia, ma anche a livello globale. Quali sono i suoi segreti? Esiste una formula magica al successo di Skullgirls in Italia? Oggi ci cimenteremo insieme a lui in una serie di domande volte a mostrare il lato nascosto, delle soft e delle hard skill, di cosa significhi essere un punto di riferimento per la propria comunità, cercando di vedere all'interno delle sue risposte un'ispirazione che sia possibile portare anche all'interno della nostra quotidianità, che ci accompagni nelle interazioni che abbiamo all'interno dell'FGC tutti i giorni.
E alla fine, anche per conoscere un po' meglio questa star..!
Quindi, senza ulteriori preamboli, buttiamoci subito nel vivo dell'intervista con la prima domanda:
Come e quando hai scoperto Skullgirls, e cosa ti ha spinto a voler costruire una scena italiana attorno a questo gioco?
Tutto risale a Evo 2010, quando è stato annunciato il teaser di questo progetto che all’epoca non aveva un nome, di un developer famoso per aver giocato altri picchia. Mi sembrava interessante, e dopo aver provato la demo (su PS3, 12 anni fa) mi sono innamorato di Skullgirls e l’ho giocato da sempre ad oggi senza mai fermarmi.
Ho seguito anche una serie di live dove i developer parlavano mentre lavoravano sul gioco. Ad avermi colpito era il gameplay, in un epoca dove si giocava Street 4 e iniziava già a chiudersi il suo ciclo di vita competitivo.
C’è stato un momento preciso in cui hai pensato: “ok, se non lo faccio io, non lo farà nessuno”?
La storia della community risale a delle esigenze prima di tutto pratiche.
È stata una scelta di creare un posto dove ci si potesse trovare tra nuovi e vecchi giocatori, volevo creare un piccolo posto offline che condividesse la mia passione.
Quando il gioco era uscito, non avevo nessuno con cui giocare, e ho sentito il bisogno di creare questa community, le persone sono arrivate, ho conosciuto gente da altri giochi che si è avvicinata a Skullgirls, e viceversa; ma le persone sono sempre rimaste nella community e in contatto tra di se.
Una volta che la community non aveva più bisogno che io ci interagissi e le persone si parlavano tra di loro e si ritrovavano in vocale mi sono reso conto che non era più “il mio spazio” ma “lo spazio di una community”, questo è stato il momento della nascita di SkullGirls Italia.
Cosa ti ha fatto scattare quella sensazione di responsabilità?
Ho pensato che creare una community è più fatica ma è anche il modo più pratico per risolvere la mia solitudine nel gioco: mettendosi a disposizione per insegnare ai principianti a giocare, fare lobby ed eventi, diventa tutto più autonomo e io mi sono trovato meglio così.
Poi nel tempo sono arrivate tante persone che mi hanno dato una mano sotto vari aspetti, inclusa la logistica gestionale di tutto.
Ma se io voglio diventare bravo perché il gioco mi piace devo giocare contro gente forte, e per farlo faccio prima ad insegnare agli altri tale che loro insegnino a me.
Quanto ti ha motivato l’idea di lasciare un segno personale nella scena?
Io in realtà credo che coltivo solamente la soddisfazione di vedere persone che non erano così esperte appena arrivate crescere e misurarsi contro persone che sono davvero forti.
Ma questo non si applica solo a SkullGirls, abbiamo visto entrambi a Nizza Pixi, che partendo da SkullGirls è arrivato secondo ad Evo su Granblue. Il più grande segno che ho lasciato è stato quello di trasmettere la mia passione per i picchiaduro agli altri. Non credo di aver lasciato qualcosa di concreto oltre al server in sé di per sé, e anche quello è sostituibile.
Qual è stata la prima iniziativa che hai organizzato per la community, e come è andata?
La prima iniziativa che avevo organizzata è stata una bracket online chiamata “Italian Battle Opera” (IBO), che è una reference all’SBO (un torneo giapponese riconosciuto); non seguii il loro formato single elimination ft1; nonostante fosse un format esaltante ed anche brutale, e si prestasse bene a SkullGirls, l’ho strutturato in maniera classica Double Elimination.
Il torneo alla fine è stato un’esperienza positiva, ero già abituato a fare da TO ad altri eventi, però volevo che fosse qualcosa fatto per i ragazzi, per la community italiana per misurarsi a vicenda. L’abbiamo portato avanti per tutta la pandemia, 2-3 anni, ed è stato molto divertente e ben recepito.
Che difficoltà hai incontrato la prima volta?
La difficoltà più grande come per tutti i tornei è stata fare pubblicità, trovare gente e convincere le persone a venire. Come tutti i TO ben sanno si cerca sempre di portare più persone e alla fine il primo torneo è andato abbastanza bene, con una dozzina di partecipanti.
Ti aspettavi che da lì partisse tutto ciò che hai costruito poi?
Mi ha sorpreso un po’ ma neanche tanto, l’ho sempre vissuta con il mindset di “oggi non si fa lobby ma oggi si fa bracket”- non era un evento molto pomposo e professionale, era tutto fra amici senza premi in palio e senza stakes, per passare tempo insieme.
Come reagisci quando qualcosa va storto durante un torneo?
Quando qualcosa va storto bisogna sempre avere la mente aperta a stravolgere tutto se necessario, a trovare soluzioni sul posto se necessario, ed è una cosa importantissima imparare a farsi aiutare.
Quando sei una persona abituata ad arrangiarsi capita di non chiedere aiuto perché ti dimentichi, perché pensi di non aver bisogno, ma c’è sempre qualcuno di più esperto e non hai motivo di non imparare da loro.
Le mie prime volte a risolvere problemi logistici (che non capitano sempre) mi sono trovato in difficoltà, senza sapere cosa fare, ma poter imparare dagli altri è l’abilità chiave che mi ha permesso di farcela lo stesso.
Quale formato secondo te funziona meglio per Skullgirls in Italia e perché?
Secondo me il torneo a formato svizzero è quello migliore per tutti i giocatori di SkullGirls, non so per altri giochi. Ho scelto questo formato su richiesta dei giocatori stessi, che volevano fare più partite. In una bracket doppia eliminazione, la maggior parte dei player fa 0-2. Dando la possibilità a tutti di giocare lo stesso numero di partite è più istruttivo e soddisfacente. Dal lato organizzativo, sai subito quanti match saranno ed è più facile gestire la durata della bracket, e come gestire bye e doppioni. Trovo anche particolarmente bello poter vedere un risultato più sincero del tuo progresso: vai 0-2 contro 2 perfetti sconosciuti, o puoi perdere da Punk e Tokido per esempio, non sono la stessa situazione. Avendo la possibilità di giocare contro tutti si ha un risultato più accurato nella bracket nei confronti di tutti i partecipanti.
Quanto tempo e quante persone servono per organizzare un torneo “medio” della scena italiana? Ti occupi di tutto da solo o hai collaboratori fissi?
Ci sostituiamo ogni qualvolta ci sia necessità, però una persona per fare da TO e da streamer è più che sufficiente, se è online. Altrimenti, servono altre 2-3 persone, un caster/bracket runner può dare una gran mano, un sacco di volte capita che siamo in pochi e quindi faccio tutto da solo. Ogni piccolo aiuto conta.
Quali sono le parti più lunghe o faticose del processo?
La parte più lunga è, se si vuole intendere un torneo come un progetto, la consistenza nel tempo. Un evento one and done è abbastanza facile da organizzare, ma creare qualcosa che abbia una cadenza regolare richiede tempo, impegno e costanza. La difficoltà più grande.. Di certo raggiungere tutti i giocatori, far si che ci sia più gente possibile e trovare una data che vada bene a tutti o alla maggior parte delle persone.
Ti capita di dover rinunciare ad altro per seguire la scena (lavoro, tempo libero, ecc.)?
Il mio tempo libero in primo luogo, prende una buona parte, ma che gli dedico volentieri. Non lo vivo nemmeno come una rinuncia.
Hai mai avuto momenti in cui hai pensato di mollare, per burnout o mancanza di partecipazione? Come li hai superati?
Non ho mai sentito burnout, perché questa mia passione è contagiosa, e quando sento che ho meno voglia di fare ho sempre avuto gli altri a restituirmi quella stessa passione, guarendo qualsivoglia sentimento di affaticamento che si è presentato negli anni.
Pensi che la passione basti, o serve anche disciplina e metodo per non cedere?
Certo, è fondamentale avere metodo. La disciplina è sempre qualcosa che si può imparare.
Non è qualcosa di obbligatorio ma è utile, e sicuramente è nutrito dalla passione stessa.
Come definisci il successo nel tuo ruolo? È quando la gente si diverte, quando il livello sale, o quando nascono legami veri?
Una cosa abilita l’altra.
E il fallimento? Quando senti di aver fallito come organizzatore?
Se organizzo un evento, e la mia assenza ne determina l’interruzione, allora questo è il più grande errore che posso fare, perché non deve dipendere da me questo spazio.
Per fortuna, nella mia esperienza non mi sono trovato in questa situazione, non ho mai sentito un fallimento in senso assoluto, ma è anche grazie al costante feedback che ho ricevuto negli anni dalle persone.
Quali principi ti guidano nel costruire una community sana e accogliente?
La cosa più importante che una community sana deve avere, di certo sono le persone che ne fanno parte. Avere gente che si rispetta e si tratta con amicizia e rispetto è fondamentale.
La competizione e la rivalità uniscono anche, perché perseguiamo uno stesso interesse: non per forza dobbiamo farci andare a genio tutti, ma se siamo uniti da questo obiettivo lato e ci rispettiamo come giocatori e persone, questo è il vero significato di comunità.
Ti sei mai ispirato a un modo preciso di gestire gruppi online o di moderare?
Credo che il buon senso civico mi abbia aiutato sotto questo aspetto. Avere un discreto livello di umanità come persona (empatia, ascolto) può aiutare a guidare le tue scelte efficacemente.
In chiave di ciò, ti senti di avere una responsabilità morale verso la community?
Una responsabilità morale nei confronti delle persone, si: relazionandomi a loro creo legami, e quindi ho un rapporto con la gente direttamente e non con i ruoli che ricoprono.
Come gestisci conflitti o comportamenti tossici quando emergono in chat o durante eventi?
La community è matura a sufficenza da non essere tossica in maniera dannosa. Un po’ di sale da sapore alla vita.. Quando qualcuno si arrabbia e si sala giocando, ci sta, fa parte della crescita, e dimostri alle altre persone che ci tieni, è un atteggiamento che io reputo normale e naturale come esseri umani. Decisamente “punitivo” non è nel mio vocabolario quando parliamo di questi temi, poiché senza poterla incanalare in un miglioramento non ha senso.
Hai mai visto un giocatore reagire male non per cattiveria ma per frustrazione o insicurezza? Come ti comporti in quei casi?
Il mio approccio consiste nel coinvolgere le altre persone nel vocale, a condividere le loro soluzioni; questa persona si sta agitando perché ha bisogno di una soluzione, ma ti sta chiedendo anche qualcosa che funzioni a lungo termine.
Dobbiamo tutti imparare a risolvere il tilt; capita a tutti quanti, quindi ognuno di noi ha imparato a modo suo a gestire la tossicità, e dovremmo trasformarlo in uno sforzo di gruppo inclusivo e non antagonizzante.
La cosa che secondo me è importante nel gestire la frustrazione è costruire un dialogo interiore; quello che tu ti dici nella tua testa “devo fare x sennò sono scarso” vuole diventare “voglio fare X perché voglio migliorare”.
Mostrando in maniera passiva il dialogo interiore degli altri alla persona che sta avendo difficoltà a gestire la frustrazione, spero di stimolare la crescita senza attivare la modalità difensiva che naturalmente sale quando ci viene offerto feedback in quei momenti. Ridimensiona, questo approccio, la gravità della situazione, permettendo di disinnescare un conflitto attraverso l’umanizzazione dei partecipanti al gioco.
Qual è il segreto per far restare la gente, non solo iscriversi, ma continuare a giocare e partecipare? Credi sia più importante il clima sociale o la competizione in sé?
Il clima sociale è molto più importante della competizione in sé: nel nostro contesto, vince una persona sola, ma a festeggiare il vincitore al bar ci siamo tutti.
È più bello dare la dovuta importanza al celebrare la vittoria e il percorso personale che focalizzarsi sul risultato e la competizione in maniera diretta- ha anche un impatto più significativo nella vita delle persone.
Per me, se vince un amico, anche se mi batte, rende felice anche. Abbiamo vinto tutti, se siamo tutti felici per le vittorie altrui.
Come capisci quando qualcuno sta per “perdersi” e come provi a riagganciarlo?
Non provo a riagganciarlo. Voglio che sia una scelta personale, non costringo nessuno a giocare, e preferisco che le persone giochino perché è un loro interesse, e non perché li indirizzo io.
Ti capita di pensare al tuo ruolo quasi come a quello di un “allenatore mentale”?
Si, assolutamente. Ho fatto un sacco di lavoro dietro le quinte di coaching, sia agli altri che a me stesso; io in quanto ancora dentro il competitivo, sono il primo coach di me stesso. Un sacco di lavoro introspettivo su di me in primis che poi cerco di riflettere sugli altri attraverso il dialogo.
Ti ispiri a modelli o community estere (come quelle americane o francesi) nel modo in cui gestisci la scena?
La scena europea ed americana hanno avuto nel corso degli anni un sacco di persone che hanno continuato a portare avanti la competizione su SkullGirls. Per quanto riguarda la scena europea, il primo nome che mi viene in mente è Rex, che è stato uno dei cofondatori del discord europeo, e ancora prima di Discord gestiva il thread sul forum ufficiale di SkullHeart, oltre ad aver gestito la bracket settimanale EMEA, è stato un esempio di costanza e dedizione che mi sono sempre portato appresso; oltre a lui Lila. I vari TO americani sono tanti, impossibile fare il nome di tutti ora.
Secondo te, cosa rende unica la scena italiana rispetto a quelle fuori?
La scena italiana è unica in quanto è forse l’unica scena nell’FGC italiana che non ha una vera scena local regionale, nel senso che il vero boom della community è stato durante il covid, grazie al vantaggio del rollback e il basso costo di SkullGirls.
Pensi che l’identità culturale (italiana, europea) influenzi il modo in cui viviamo la competizione?
ASSOLUTAMENTE SI! Non solo nel farsi forza reciprocamente, gli italiani hanno sempre avuto uno spirito molto acceso molto competitivo, ma questo si è sempre tradotto in farsi il tifo quando si gioca all’estero. Anche solo una bracket online può centralizzare l’entusiasmo delle persone. Questa è forse la cosa più forte della scena italiana. Celebrare il successo del principiante, di chi si supera o riesce a fare l’upset, in questo siamo bravissimi.
Come strutturi o incoraggi il “training” dei nuovi giocatori?
Il training parte dal fare lobby tutti assieme, dal giocare, e mettersi accanto a persone che ti possano insegnare da punti di vista differenti. La training mode non si presta molto bene a SkullGirls nello specifico, perché un sacco di interazioni e situazioni capitano sul momento, e serve una certa esperienza a ricrearle in lab. Faccio anche l’occasionale vod review, ma quando facciamo lobby capita spesso che semplicemente andiamo a ricreare la situazione nel match successivo; cerco di evitare la dispersività, quindi quando qualcuno ha una domanda precisa è più pratico rispondere sul momento.
Il modo in cui cerco di gestire domande più specifiche è coinvolgere anche altri giocatori che abbiano la risposta oltre a me, per coltivare questo clima di crescita reciproca.
Come incoraggi i principianti che si scoraggiano facilmente?
Diciamo che l’incoraggiamento non deve essere un qualcosa su cui ti “appoggi”. Al contrario addirittura, incoraggiare i principianti può avere effetti controproducenti in quanto distorce la loro visione di sé e del gioco. Non dovremmo limitarci per venire incontro al principiante (nel gameplay) ma il principiante stesso dovrebbe farne centro focale di consapevolizzarsi che vincere o perdere non sono definiti da se stesso e basta, e accettare il grind. Anche al torneo più importante al mondo, alla fine della fiera, anche il più forte di tutti può arrivare secondo.
Ti capita di riflettere su cosa fa la differenza tra chi migliora e chi smette?
Si. Secondo me la differenza la fa la motivazione; può sì venir meno nel corso degli anni, e ci sono molti limiti imposti dalla vita sulla carriera competitiva di una persona; ma coltivare questa motivazione come sforzo attivo è la differenza tra chi migliora e chi molla.
Come riesci a bilanciare il supporto ai novizi e quello ai veterani competitivi?
Facendo tutto contemporaneamente. Tutti possiamo imparare, e chi ha esperienza ha ancora di più da chiedere rispetto a un principiante che ancora nemmeno sa dove orientarsi. Con il tempo il principiante acquisisce esperienza in questo modo, e comincia a farsi queste domande da solo. Il veterano, alla fine, è soltanto un principiante che ha un metodo migliore. Tutti abbiamo le stesse domande e otteniamo gli stessi risultati- anche un principiante può vincere una bracket. Quel momento capita a tutti coloro che perseverano; già quello è un battesimo del fuoco, e una distinzione più utile rispetto a “veterano” e “principiante”.
Secondo te, che cosa serve per far crescere davvero il livello competitivo italiano?
In italia abbiamo forti restrizioni per via delle regolamentazioni sul gioco d’azzardo. In questo come possiamo paragonarci ad altre community quando ci viene tolta la possibilità di investire sulla competizione e sulla scena competitiva? È qualcosa al di fuori dalla mia competenza però.
Quanto conta secondo te la mentalità competitiva rispetto alla pura tecnica di gioco?
Nessuna delle due migliora il livello competitivo; il livello tecnico è una dote individuale nel momento in cui non è un gioco a squadre.
Credi che la crescita tecnica e quella umana vadano insieme?
Non c’è crescita tecnica senza crescita umana, vanno a braccetto. Puoi essere il più bravo al mondo a premere tasti, ma se non interagisci con nessuno i tuoi raggiungimenti e le tue conoscenze perdono di valore.
Hai mai pensato a creare materiali didattici (guide, tutorial, video) o collaborare con altri per farlo?
Ho fatto un tutorial e varie video guide su SkullGirls, oltre ad aver scritto alcune pagine della nostra wiki sui personaggi che gioco. Secondo me i tutorial sono di fondamentale aiuto per la community.
Qual è il tuo sogno per la scena italiana di Skullgirls tra 2–3 anni?
Per me, il sogno della scena italiana sarebbe vedere una community più presente offline; vedere dei veri e propri raduni come fanno le altre community sarebbe bello. Sarebbe figo avere DeKillSage ad OTB, poter hostare tornei in italia dove SkullGirls è nel main lineup, avere il gioco in Main Lineup in generale ovviamente.
Ti piacerebbe estendere ciò che hai costruito anche ad altri titoli o resti focalizzato su Skullgirls?
Sono interessato a SkullGirls e per ora rimango lì. Però per ora non escludo ipotesi o iniziative rispetto a un altro gioco che mi accattivi equamente.
Che consiglio daresti a chi vuole costruire una community da zero come hai fatto tu?
Il mio consiglio principale: gioca su PC. Cerca una piattaforma predisposta al raggiungere il maggior numero di persone. Cerca persone ovunque, non limitarti alle tue capacità e alle tue risorse individuali, trova gente che condividano la tua passione.
Qual è l’errore più facile da fare e che conviene evitare?
Mettersi al centro di tutto. Non dovresti essere un uomo esercito che trascina e organizza tutto per tutti. Imparare a delegare, trovare persone che assistano, il tuo team centrale, è importante.
Se dovessi riassumere in una frase la tua “filosofia di organizzatore”, quale sarebbe?
"Stop al freeplay, via al freeplay!" (fine intervista) ..scherzi a parte, direi che la frase sarebbe più tipo “Il gioco se lo merita”.
Ed è così, con questa frase ad effetto, che il nostro eroe popolare ci lascia, con parecchi spunti e riflessioni su cosa renda l'FGC speciale e in che modo possiamo sempre sentirci agenti all'interno della sua storia, senza nessun limite che non sia autoimposto (e un po' economico..!)
Grazie infinite BigTonney per il tuo tempo, e un grazie di cuore per tutto quello che fai.
Alexis Sasha Dickhaus
